Le epidemie del Seicento – ricerche da scrittore

Avvisare le autorità sanitarie, il ministero è la cosa più urgente, se si tratta realmente di un’epidemia è necessario prendere provvedimenti, ma un’epidemia di cecità non si è mai vista.

José Saramago

Da operatore sanitario appassionato di storia, ho deciso, negli ultimi mesi, di approfondire la mia conoscenza sulla medicina del passato in previsione, chissà, di collocare un romanzo in epoca di pestilenza, ma soprattutto per capire quale fu il comportamento dell’umanità di fronte alle pandemie.

In effetti la peste, di cui oggi si conosce tutto, rappresentava, per l’uomo del Rinascimento Europeo del 1500-1600, il “nemico invisibile” proprio come il covid 19 dell’attualità.

In una serie di brevi articoli vorrei semplicemente illustrare una serie di dati sulla lotta alle pandemie di peste condotta dagli Stati Italiani del seicento per aprire una riflessione su come la storia sia davvero maestra di vita, a patto di non essere messa in soffitta o in cantina.

La mia ricerca parte dall’inquadramento della sanità italiana, in senso geografico, della prima metà del 1600. La scelta è basata sulla ricchezza di dati pervenuti dagli Archivi di Stato di molte città, ben utilizzati dagli autori che ho studiato.

Dopo la terribile pandemia di “Morte Nera” del 1348, i microbi della peste (le pulci che portavano i microbi dai ratti all’uomo) continuarono a colpire l’Europa, in tempi e luoghi diversi, nei tre secoli successivi.

Per questa ragione, i principali stati dell’Italia Settentrionale e la Toscana istituirono le speciali Magistrature di Sanità Pubblica, dotate di poteri legislativi, giudiziari ed esecutivi.

Inizialmente attive solo in periodi di epidemie, queste Magistrature diventarono, in città stato importanti come Firenze, Milano e Genova, permanenti grazie a un notevole ampliamento della loro sfera di azione.

Il loro ufficio comprendeva la registrazione dei decessi, le sepolture, la vendita dei cibi, il sistema delle acque di scolo, gli ospedali, le locande, la prostituzione, oltre a molte altre funzioni di controllo a scopo di prevenzione.

Le documentazioni degli Archivi di Stato riferiscono che a metà del Cinquecento tutte le città principali dell’Italia Settentrionale avevano tali magistrature. Le città minori e le comunità agricole (l’industria non esisteva) istituivano uffici di sanità solo in fasi di emergenza, ma erano comunque subalterne alla Magistratura centrale di Sanità della capitale dello Stato in questione (es. Ducato di Milano, Repubblica di Genova, Granducato di Toscana con capitale Firenze).

Premesso che questo sistema non aveva eguali nel resto d’Europa, come agiva in caso di epidemia?

Purtroppo il genio organizzativo non era supportato dalla conoscenza medica dell’epoca, pertanto i magistrati della Sanità facevano del loro meglio per combattere le ricorrenti epidemie senza sapere cosa fosse la peste, i batteri, i virus e il meccanismo di trasmissione.

Lavorare al buio e in fretta porta a fare errori, dissipare risorse e accusare innocenti. Dalla lettura di alcuni episodi ben documentati di epidemie in Toscana si evince che alcuni provvedimenti adottati furono inutili, altri controproducenti, altri incredibilmente severi, tuttavia, grazie ad alcune intuizioni basate sulla raccolta di dati e l’osservazione dei fatti, le Magistrature riuscirono anche a emettere ordinanze ispirate a una saggezza che oggi nessun essere intelligente, a prescindere da come la pensa, penserebbe mai di mettere in dubbio (esempio classico: lavarsi le mani, oppure, più in esteso, l’igiene personale).

Nei prossimi articoli verrà brevemente descritta questa lotta dei nostri avi contro la pestilenza attraverso qualche dato storico che spero, possa fare riflettere su quanto la storia continui a ripetersi e come l’uomo, a dispetto del progresso, non abbia modificato di molto la sua natura.

Bibliografia: Carlo M. Cipolla. Il pestifero e contagioso Morbo.

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