LA QUARANTENA NELLE EPIDEMIE DI PESTE DEL ‘600

Epidemia: malattia a tendenza sociale e assolutamente sgombra da pregiudizi.


AMBROSE GWINNETT BIERCE

Come esposto nei precedenti articoli, i dottori del Rinascimento pensavano che il principale responsabile per la propagazione della peste fosse il contatto umano, e non le pulci provenienti dai ratti infetti dal batterio yersinia pestis.

Per questa ragione, il principale provvedimento adottato dalle Magistrature Sanitarie nei luoghi colpiti dalle epidemie fu la chiusura della maggior parte dei commerci e delle comunicazioni.

Era abituale che le autorità decretassero anche una “quarantena generale” nell’illusione di dare il colpo di grazia al flagello.

Le persone, come accaduto nel lockdown dello scorso anno, dovevano rimanere chiuse nelle proprie abitazioni, la maggioranza in pessime condizioni igieniche e in compagnia delle pulci, per un periodo di quaranta giorni, dimezzati poi nel corso dei secoli.

In mancanza di qualunque forma di prevenzione basata sull’igiene e sulla disinfezione di tutte le superfici in cui si annidavano le pulci, il provvedimento di confinare le persone nei luoghi in cui dimorava la fonte dell’infezione, rigorosamente chiusi e senza ricambio d’aria, portò a un ovvio accrescimento del contagio in tutto il territorio.

Ma i problemi non si fermarono qui; grazie alla ricchezza di dati reperibili negli archivi di Stato della Toscana, venne fatta un’indagine da cui risultò che a Firenze, all’insorgere dell’epidemia del 1630, vivevano circa 12mila abitanti che, in condizioni normali, erano bisognosi di qualche forma di carità. Questo numero aumentò a 30mila (su 80mila cittadini totali) nel lungo periodo di blocco effettivo della città durante l’epidemia.

In termini moderni, il blocco della città decretato in nome degli interessi sanitari aveva provocato una crescita della disoccupazione di circa il 150 per cento.

Inoltre, per nutrire 30mila persone in quarantena, l’amministrazione impiegò 1070 persone, 23 muli e 136 carri con una spesa totale di 150mila scudi.

In termini attuali uno scudo da lire sette, coniato nel 1568 e nel periodo tra il 1574 e il 1587, pesava circa 3,30 grammi d’oro.

Il convertitore storico tra la vecchia lira e l’Euro arriva fino al 1861, circa 200 anni dopo, ma è utile a dare un punto di riferimento per ricostruire un valore approssimativo della spesa.

7 lire del 1630 (valore di uno scudo) sono pari a circa 39 lire italiane del 1861, anno di fondazione del Regno d’Italia (1 lira toscana=5,6 lire italiane).

Tornando al 1630, si può approssimativamente dire che se uno scudo fiorentino valeva 39 lire del Regno d’Italia, 150mila scudi corrispondevano a 5milioni e 850mila lire dell’anno 1861, pari, secondo il convertitore storico, a una cifra attuale di oltre 28 milioni di euro per la sola Firenze, per cui il disastro economico dell’intera penisola colpita dall’epidemia avvenne anche allora. I morti, però, furono molti di più, data l’assenza di farmaci e, tantomeno, vaccini.

Questa breve ricerca non vuole dimostrare che la quarantena dei nostri giorni e le attuali restrizioni siano sbagliate come quelle dell’epoca, anche perché i medici del Rinascimento brancolavano nel buio mentre, al contrario, i nostri scienziati hanno scoperto il covid 19 e creato i primi vaccini in meno di un anno.

Il dato economico su Firenze indica solo che ogni epidemia su larga scala ha sempre portato a una crisi dell’economia. Per fortuna l’uomo, nell’emergenza, ha sempre superato sia l’una che l’altra.

La Storia del Seicento ci dice anche che le misure di “quarantena”, “chiusura delle attività commerciali” e “aiuti ai più bisognosi” erano già ampiamente utilizzate dai governi locali e centrali.

Infine, si può aggiungere che il “passaporto sanitario” non è stato inventato nel 2021 dall’Unione Europea o dagli Stati Uniti, ma dai piccoli stati italiani di quell’epoca, come sarà riferito nel prossimo articolo.

Per scoprire la rubrica, cliccate QUI.

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