Le isole di capo verde – ricerche da scrittore

Hanno un nome ingannatore perché sono alquanto aride e io non vidi in esse alcunché di verde”.

Cristoforo Colombo (diario di bordo, 1498)

Dal Capitolo 11 de “L’Arma Segreta degli Dei”.

Ribeira Grande (Arcipelago di Capo Verde), marzo dell’AD 1514.

L’esperto nostromo Kerim manovra con abilità il timone del Varna in un porto di modeste dimensioni, districandosi in una moltitudine di brigantini, barche da pesca, caracche e navi negriere in partenza per le Americhe. Piri Reis ordina alla ciurma di ammainare le vele e gettare l’ancora nel punto indicato dalle autorità portuali.

Francisco e Alberto si informano su Fernando Prieto alla capitaneria di porto dell’Isola di Santiago, la principale dell’arcipelago, caratterizzata da un entroterra montuoso povero di vegetazione per l’assenza di piogge e la presenza costante dei venti Alisei portatori di aria secca. Trovano la sua casa nella città vecchia, a pochi passi dalla igresia Nossa Senhora do Rosario, la cattedrale in stile manuelino situata vicino alla spiaggia infuocata della colonia di Ribeira Grande, di fronte a un mare color turchese perennemente increspato.

Capo Verde, un arcipelago perso nell’Oceano Atlantico al largo delle coste africane, viene citato nell’antichità come luogo del mito, al pari di Madera e delle Canarie. Secondo gli autori e cartografi greci, romani e medievali, tutte queste isole, indicate a volte come le leggendarie Gorgadi o addirittura come i resti di Atlantide, erano dimora di divinità, mostri e strane creature.

È molto probabile che navigatori cartaginesi o arabi abbiano toccato le isole di Capo Verde (Cabo Verde) in tempi remoti, ma quando gli esploratori portoghesi le “riscoprirono”, le dichiararono e considerarono disabitate.

Difficile dare una datazione e una paternità precisa all’arrivo dei portoghesi. È quasi certo che il primo ad approdare a Capo Verde sia stato Alvise Cadamosto, un navigatore e mercante di schiavi veneziano, che esplorava l’Atlantico e le coste africane su mandato del Principe del Portogallo Enrico di Aviz, detto “Enrico il Navigatore”. Proprio l’attivismo del principe e dei regnanti portoghesi nelle guerre contro i Mori, nelle attività corsare e nell’espansionismo marittimo e coloniale spinse subito nell’arcipelago diversi altri esploratori, ma nel 1462 re Alfonso V attribuì ufficialmente la scoperta ad Antonio da Noli, nominato governatore con l’incarico di colonizzarle. Nello stesso anno, sull’isola di Santiago veniva fondata Ribeira Grande, oggi diventata Cidade Velha.

Lo stile manuelino o tardo gotico portoghese, riferito nel romanzo alla Cattedrale di Ribeira Grande, è lo stile architettonico sontuoso e composito fiorito in Portogallo nel primo decennio del XVI secolo. Esso incorpora elementi marinari come riferimento alle scoperte fatte in quegli anni dai navigatori portoghesi. Lo stile innovativo sintetizza aspetti del tardo gotico spagnolo e alcuni elementi dell’architettura italiana e fiamminga.

Dal Capitolo 11

La difficoltà della traduzione obbliga il Varna, camuffato da nave della Serenissima, a una lunga permanenza utilizzata per la manutenzione dello scafo e le esercitazioni della ciurma che si dedica a frequenti visite di locande e taverne per ripararsi dal tormento della polvere sollevata dagli incessanti venti Alisei.

Francisco, poco avvezzo alle partite a dadi e alle sbornie, cammina a stento sulla spiaggia bianca, proteggendosi gli occhi dai granelli pungenti come aculei. A pochi metri da lui, il vecchio Agwé scruta l’orizzonte come una vedetta solitaria e instancabile sulla torre di una fortezza.

“Disturbo, amico?” gli chiede Francisco con tono gioviale.

“Chi mi chiama amico e non sporco negro non disturba mai! Pensavo ai giorni lontani della mia deportazione, quando feci scalo proprio qui. Ero in catene, ma continuavo a guardare l’Africa senza vederla, proprio come adesso. Eppure, basterebbero pochi giorni di navigazione per raggiungerla”.

Non tutte le isole e i territori dell’arcipelago offrivano lo stesso panorama, ma gli incessanti venti Alisei erano e sono tutt’oggi una costante.

Si scoprì però presto che la vita non era facile su queste isole, spesso colpite dalla siccità e dalla scarsità di raccolti e cibo, tuttavia la loro importanza crebbe di molto quando, dopo la scoperta del Nuvo Mondo, divenne uno scalo perfetto tra Europa e America e una base fondamentale, quasi un ponte naturale, per il commercio, tanto florido quanto sciagurato, degli schiavi dall’Africa verso il Nuovo Mondo. I Portoghesi, infatti, ne acquistavano in gran quantità grazie a una rete di trafficanti arabi e predoni africani che non disdegnavano di mettere in catene intere tribù dopo averne distrutto i centri abitati. Il personaggio immaginario di Agwé è uno di questi esseri umani privati di tutto e trasportati all’altro capo del mondo come bestiame.


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