Estratto da “Huerta, il destino di un’assassina”. Capitolo XVIII.
Una pattuglia di Giannizzeri scorta la delegazione dei Cavalieri Ospitalieri all’interno del palazzo del Sultano Ottomano in un chiosco circondato da un ampio colonnato sorreggente un largo cornicione. Ottenuta l’autorizzazione per l’udienza, il gruppo viene introdotto all’interno di una camera interna dal soffitto verniciato di blu oltremare decorato con stelle d’oro, i muri rivestiti da piastrelle turchesi, blu e bianche e il pavimento ricoperto da decine di tappeti persiani.
Solimano siede su un trono leggermente rialzato, completamente coperto di stoffe d’oro e incrostato di pietre preziose, con molti cuscini di piume di uccelli esotici su ogni lato. Gli ospiti, in attesa di un suo cenno, contemplano le ampie pareti del salone, ricoperte di mosaici decorati in azzurro e oro. Alcuni fissano con cupidigia un camino di argento massiccio ricoperto d’oro su un lato della camera. L’attenzione di La Valette viene attirata da una fontana zampillante, incastonata nel muro opposto con precisione millimetrica.
“Cosa è inciso sulla base a caratteri arabi?” sussurra a Piri Reis.
“La fontana della giustizia e della generosità e il mare della beneficenza”.
“Cosa significa?”
“Una sola parola: Solimano”.
Lucrecia osserva attentamente il trono, realizzato in forma di baldacchino. Il suo occhio acuto nota il soffitto laccato e tempestato di gioielli, con decorazioni a racemi su cui campeggiano un drago e un simurgh intenti a lottare. La copertura del trono è realizzata in broccato disseminato di placche di smeraldi, rubini e perle come segno di prestigio e ricchezza.
Nel frattempo, ciascun Cavaliere della delegazione presenta le proprie credenziali a un uomo dalla carnagione chiara rivestito di una tunica rossa di seta.
“Quello è il gran visir?” bisbiglia la Huerta a Piri Reis.
“Non ancora, ma presto lo sarà. Pargali Ibrahim Pashà è il consigliere più fidato di Solimano, nonché suo amico di infanzia. Il visir attuale si chiama Mehmed Pashà, nominato da Selim il Crudele. La sua assenza e la presenza di Ibrahim indicano che presto ci sarà un cambio al vertice della Sublime Porta”.
Lette tutte le credenziali, Ibrahim presenta finalmente il suo signore:
“Cavalieri, siete al cospetto di Sulaymān il Legislatore, detto il Magnifico, Sultano del Sublime Stato Ottomano, Cesare dei Romei, Califfo dell’Islam, Capo dei fedeli e Custode delle due Sacre Moschee di Medina e La Mecca!”

Palazzo Topkapi
Il Palazzo di Topkapı è il complesso palaziale che fu residenza del sultano ottomano e centro amministrativo dell’Impero ottomano dalla seconda metà del XV secolo al 1856.
Costruito per volontà di Maometto II sul cosiddetto “Promontorio del Serraglio” (in turco: Sarayburnu) per dominare sulla città di Costantinopoli (attuale Istanbul), era originariamente conosciuto come Yeni Saray, ovvero “Nuovo Serraglio/Palazzo” in contrapposizione al “Vecchio Palazzo” che i turchi avevano ereditato dagli imperatori bizantini. Venne ribattezzato Topkapı (lett. “Cancello del Cannone”) solo nel XIX secolo. Il complesso fu oggetto di numerosi ampliamenti e restauri per oltre tre secoli (i più noti dei quali successivi al terremoto del 1509 ed al grande incendio che devastò il palazzo nel 1665), salvo poi il venir progressivamente abbandonato dai sultani in funzione di più moderne residenze nel corso dell’Ottocento.
Solimano I, detto “il Magnifico” (tra gli occidentali) o Kanuni (tra i turchi), ovvero il Legislatore (Trebisonda, 6 novembre 1494 – Szigetvár, 6 settembre 1566), fu sultano dell’Impero ottomano dal 1520 alla sua morte, e uno dei monarchi più importanti dell’Europa del XVI secolo.
Iniziò il suo regno intraprendendo campagne militari contro le potenze cristiane nell’Europa centrale e nel Mediterraneo. Belgrado cadde nel 1521; nel 1522-1523 toccò a Rodi, strappata al lungo dominio dei Cavalieri di San Giovanni. Nella battaglia di Mohács, combattuta nell’agosto del 1526, Solimano distrusse la forza militare dell’Ungheria e lo stesso re ungherese Luigi I perse la vita. In occasione del conflitto con i persiani safavidi, riuscì ad annettere anche gran parte del Vicino Oriente, Baghdad compresa, e vaste aree del Nord Africa, fino ad arrivare all’ovest dell’Algeria. Sotto il suo impero, la flotta ottomana dominò i mari, dal Mediterraneo al Mar Rosso, attraversando il Golfo Persico.

Infrangendo la tradizione ottomana, Solimano sposò Hürrem Sultan, una donna del suo harem, una cristiana di origini rutene che si convertì all’Islam e che divenne famosa in Occidente con il nome di Roxelana, presumibilmente per via dei suoi capelli rossi.Il loro figlio, Selim II, successe al padre nel 1566 alla morte di questi, occorsa dopo quarantasei anni di regno.
Il diplomatico veneziano Bartolomeo Contarini ci ha lasciato una delle prime descrizioni dell’aspetto di Solimano, nell’epoca in cui divenne sultano: «ha solo venticinque anni, alto e magro ma duro, con una faccia sottile e ossuta. I peli sul viso sono evidenti, ma solo a malapena. Il sultano appare amichevole e di buon umore. Si dice che Solimano abbia un nome appropriato, che si diverta a leggere, che sia ben informato e che abbia un buon senso» (fonte: André Clot, Solimano il Magnifico, Milano, Rizzoli, 1986).
Impero ottomano
L’Impero ottomano è uno stato che non esiste più, perciò è difficile comprenderne e persino immaginarne l’importanza. Eppure è stato per almeno quattro secoli una grande potenza e per due secoli una superpotenza, anzi forse la superpotenza, nell’area mediterranea. A cavallo di Europa, Asia e Africa, perché dalla capitale Istanbul (= Costantinopoli) dominava i Balcani in Europa, Anatolia, Caucaso, Mesopotamia, Siria, Palestina e parte dell’Arabia in Asia, Egitto e città barbaresche in Africa. Controllava anche i porti dai quali partivano le merci orientali dirette in Occidente, a Venezia e Genova dapprima e in primo luogo, e col tempo in Francia, Olanda, Inghilterra. I territori del sultano erano anche importantissimi granai dai quali attingere in tempi normali e ancor più in tempi di carestia.
Per secoli l’Impero ottomano è stato una grande potenza militare, temuta dalle potenze cristiane ma anche ammirata per alcuni aspetti efficienti della sua amministrazione.
Il sultano tollerava il pluralismo confessionale, accoglieva gli ebrei, lasciava ortodossi, cattolici e protestanti pregare a modo loro, ovviamente tassandoli di più rispetto ai musulmani e prelevando un contingente di giovani cristiani, soprattutto balcanici, da convertire e utilizzare come truppe scelte (i giannizzeri). Ammiragli, generali e funzionari dell’impero erano spesso e volentieri ex cristiani, in genere di origini modeste o modestissime. Le ascese sociali possibili al servizio del sultano erano inconcepibili nella cristianità del Cinque-Seicento. Gli stessi sultani spesso erano turchi solo di nome, perché le mogli e concubine dei sultani erano per lo più donne cristiane greche, balcaniche, russe, anche italiane.
Come superpotenza collocata tra Europa e Asia l’Impero aveva due direttrici di espansione: una mediterranea contro gli stati cristiani e una asiatica contro l’Impero persiano. Le difficoltà maggiori furono rappresentate non dalle potenze cristiane, divise, litigiose e spesso disposte ad allearsi con i turchi, come fece la Francia, ma dalla Persia, alla quale per altro nel corso del tempo gli Ottomani strapparono l’egemonia sulle regioni del Caucaso e sulla Mesopotamia.
Nel 1571 Lepanto segnò la fine della grande marina ottomana. Un secolo dopo, il fallito assedio di Vienna nel 1683 segnò la fine della spinta offensiva nei Balcani e l’inizio di un rapido riflusso. Gli ottomani non avevano innovato le loro tecniche belliche e i loro armamenti; le potenze cristiane sì, nel corso della guerra dei Trent’anni e delle altre guerre che le avevano contrapposte nel Seicento. Perciò i temuti giannizzeri si rivelarono alla lunga battibili, le armate ottomane andarono incontro a disfatte sanguinose, territori sottomessi al sultano da cento o duecento anni vennero annessi all’Impero degli Asburgo.
L’Impero finì col restare fermo mentre gli altri progredivano, quindi venne inevitabilmente scavalcato. La sua forza era stata sin dall’inizio principalmente militare; ma una volta che su questo terreno le potenze cristiane lo ebbero superato la sua sorte fu segnata. Sopravvisse perché era diventato innocuo e pacifico ed eliminarlo avrebbe creato più problemi che non conservarlo come un protettorato.
Cessò di esistere alla fine della Prima guerra mondiale (1918 ).