Un estratto di La città perduta degli Aztechi, secondo della trilogia delle Avventure nel nuovo mondo.
Francisco si rivolge sottovoce a Jana: “Non avrei mai pensato di vedere un posto come questo!”
“Mi sento in una fiaba” risponde la giovane con gli occhi spalancati.
“Capitano Francisco de Mendoza, il Riverito Oratore vi concede udienza. Avvicinatevi per le presentazioni ufficiali” dice la guida. Dopo la traduzione, gli spagnoli si inchinano al cospetto di Montezuma.
Huexotl, in posizione di attenti con la destra sul petto, dice con voce solenne: “Figli del sole, ho l’onore di presentarvi il grande Uey-Tlatoani di tutto il Cem-Anahuac, Unico Mondo, il Molto Riverito Motecuzòma II Xocoyotzin”.

L’Imperatore, con un cenno della mano destra, li invita ad alzarsi con sguardo indagatore. È un uomo piuttosto alto, robusto e non dimostra più di una trentina d’anni. Ha la pelle più chiara di quella degli Aztechi, i capelli neri molto lunghi e non porta la barba. Indossa un copricapo di piume verdi, gialle e rosse, provenienti dagli uccelli più rari e ricercati come il quetzal e il colibrì.
Montezuma si schiarisce la voce con un paio di colpi di tosse. Poi, fissando a turno gli ospiti, inizia a parlare. Il suo tono di voce è pacato e conciliante, privo di quell’arroganza tipica di molti sovrani europei despoti e autoritari. “Benvenuti a Tenochtitlàn. Il vostro sguardo, straniero, è di una persona di animo nobile e onesto; tuttavia, voi possedete un talismano sacro che nessuno qui, incluso me stesso, può comprare. Mi direte perché ne siete in possesso, ma prima devo onorare le leggi dell’ospitalità. Qual è il vostro nome?”

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